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La Gazzetta Liceale

Come è stata raccontata l’epidemia in letteratura, nei secoli e fino ai nostri giorni?

òIn che modo poeti, scrittori, romanzieri e storici, hanno raccontato di questa esperienza che, in varie epoche, ha interessato il nostro pianeta?

La nostra lista di autori che ci hanno raccontato delle varie pestilenze nella storia ci porta a

considerare in prima analisi il romanzo di Albert Camus “La peste”, pubblicato nel 1947. L’Autore -premio Nobel nel 1957 - ci racconta una peste immaginaria, attraverso la voce del protagonista Bernard Rieux, un medico francese alle prese, nella città algerina di Orano, con il flagello di un


male che si propaga e che viene descritto come metafora esistenziale e universale e che viene contrastato tra lo scetticismo, le meschinità, l’incredulità di chi vuole negare la realtà dei morti, della malattia e del dolore. «Bisogna sorvegliarsi senza tregua per non essere spinti, in un minuto di distrazione, a respirare sulla faccia di un altro e a trasmettergli il contagio. Il microbo, è cosa naturale. Il resto, la salute, l’integrità, la purezza, se lei vuole, sono un effetto della volontà e d’una volontà che non si deve mai fermare. L’uomo onesto, colui che non infetta quasi nessuno, è colui che ha distrazioni il meno possibile (…) Tutti appaiono stanchi: tutti, oggi, si trovano un po’ appestati. Ma per questo alcuni che vogliono finire di esserlo, conoscono un culmine di

stanchezza, di cui niente li libererà, se non la morte».

Una tappa essenziale nel parlare della peste è il “Saggio sulla cecità” del premio Nobel per la letteratura, Josè Saramago, uscito nel 1995 che tratta di una forma di cecità che si propaga nel paese senza una precisa ragione medico-scientifica, innescando una guerra per la sopravvivenza, tra gruppi di non vedenti, per la supremazia, con le ingiustizie e gli abusi del potere e la totale assenza di solidarietà. Una cecità che, per Saramago, appartiene spesso anche a chi ci vede: «(…)



secondo me, non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che, pur vedendo, non

vedono». Alessandro Manzoni che, sia ne “I promessi sposi” sia nel saggio storico “Storia della Colonna Infame” narra della peste che colpì Milano nel 1630: “La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrare con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia”

(cap. XXXI de I Promessi Sposi).

Ma il racconto delle epidemie affonda le sue origini nell’antichità: lo storico greco Tucidide, nel Libro II de “La guerra del Peloponneso” descrive gli effetti, devastanti e orribili sulla salute e sulla vita morale dei cittadini, della peste nera che colpì Atene nel 430 a.C. “(…) i santuari in cui si erano accampati erano pieni di cadaveri, la gente moriva sul posto, poiché nell’infuriare dell’epidemia gli

uomini, non sapendo che ne sarebbe stato di loro, divennero indifferenti alle leggi sacre come pure a quelle profane (…) ci si credeva in diritto di abbandonarsi a rapidi piaceri, volti alla

soddisfazione dei sensi, ritenendo un bene effimero sia il proprio corpo sia il proprio danaro».


Anche Lucrezio nel “De rerum natura” ci racconta, nel definire la peste di Atene nel 430 a.C., il dolore e la sofferenza dei malati ma anche la deca


denza dei costumi e la rottura del patto sociale che lega i cittadini allo Stato e alle leggi: “molti caddero a capofitto nelle acque di pozzi profondi, mentre accorrevano protendendo la bocca spalancata (…) e il male non dava requie: i corpi

giacevano stremati. La medicina balbettava in un muto sgomento, mentre quelli tante volte

rotavano gli occhi spalancati, ardenti per la malattia, privi di sonno”.

Nella tragedia “Edipo re”, Sofocle descrive la pestilenza che colpì i cittadini di Tebe che

implorarono l’aiuto del Re Edipo per bloccare una malattia che viene rappresentata come una punizione divina per l’assassinio del re Laio.

Un’altra opera che non possiamo evitare di citare è il “Decamerone” di Giovanni Boccaccio, opera nella quale la peste non rappresenta il tema della narrazione ma la sua cornice: dieci giovani si isolano in campagna e si raccontano dieci storie al giorno, una ciascuno. In Boccaccio, la peste è il male che mette in discussione legami, ordine sociale, gerarchie, priorità, portando le persone a rascurare la cura dei m


alati «era con sì fatto spavento questa tribolazione entrata né petti degli uomini e delle donne, che l’un fratello abbandonava il zio il nipote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito; e – che maggior cosa è e quasi non credibile? Li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano».

Nel suo capolavoro “La città dolente”, scritto durante l’epidemia di colera che colpì Napoli nel 1884, lo svedese Axel Munthe, in prima linea tra i vicoli della città come medico, tratteggia la

grandezza e la nobiltà dei poveri di Napoli, il loro eroismo e la solidarietà.

Esistono dei temi ricorrenti nelle opere che hanno narrato della peste e delle

epidemie? 

Sicuramente sì: oltre al tema della paura della morte attraverso il contagio, la considerazione

dell’altro come nemico e come untore, il tema dell’isolamento, le ipotesi di futuro, i ritmi della normalità e le consuetudini che vengono sconvolte, le forme di solidarietà possibili, le ricadute economiche e sociali, la ricchezza messa in discussione e le povertà che crescono, il pericolo, e ancora il ritratto dell’animo umano di fronte all’imprevisto, i comportamenti emotivi e irrazionali delle masse, dominate dalla paura del contagio, la ricerca di un capro espiatorio, il complottismo, a caccia alle streghe e agli untori.

Jack London, ne “La peste scarlatta” immagina, ad esempio, che la civiltà moderna scompaia a causa di un morbo che non risparmia nessuno rendendo il corpo di colore rosso, riportando la civiltà alle proprie origini, in una guerra in cui tutti sono contro tutti, tra crudeltà e orrori.

E Jorge Amado, scrittore brasiliano, nel suo romanzo del 1972 “Teresa Batista stanca di guerra”, ci racconta invece della protagonista, la bellissima mulatta Teresa, costretta alla prostituzione dalla estrema povertà, che non ci pensa un attimo a dedicarsi ai malati da vaiolo nero, rischiando la morte pur di curarli e di assisterli, in un percorso di redenzione e di riscatto. 

Edgar Allan Poe, profeta del mistero e dei racconti del terrore, sarebbe potuto mai mancare in questa lista? Sono due i suoi racconti che trattano della peste: “La mascherata della morte rosa” e “Il re Peste”, tra realtà e finzione, tra misterioso e stravagante.

Philip Roth, uno tra i maggiori scrittori del secolo, tratta il tema del contagio e dell’epidemia nel libro “Nemesi” (2011), descrivendo la diffusione del virus della poliomielite a Newark nel New Jersey, con la morte di bambini, e il dilemma sull’esistenza di Dio, della innocenza dei piccoli

destinati alla morte e dell’impotenza dell’uomo sul loro atroce destino.

“Crisi di civiltà” raccoglie tre lunghe interviste rilasciate durante la pandemia da Noam Chomsky, celebre linguista, intellettuale, filosofo e attivista politico. Lo scoppio dell’epidemia diventa

l’occasione per analisi approfondite di una società che presentava segni di difficoltà già prima della diffusione del virus. In queste interviste Chomsky,


sviluppando il proprio punto di vista da cittadino statunitense, parla di come la sopravvivenza dell’umanità diventi spesso una questione di secondo piano rispetto alle possibilità di arricchimento di pochi e mostra come la combinazione di

paradigma neoliberista, incompetenza e malafede non possa che portare al disastro. Chomsky alle ue tesi unisce un invito alla resistenza e all’attivismo, affinché al posto dei virus possa dilagare l’ideale dell ';”internazionalismo dei popoli”.


Origine frase “Andrà tutto bene”:

Dove e come è nata questa frase?

La sua origine è avvolta da un “romantico” mistero. Gli abitanti di alcuni Comuni della Lombardia, la prima regione colpita dall’emergenza, sanno infatti che, prima che “Andrà tutto bene” diventasse un tormentone sui social, questa frase era stata ritrovata una mattina dei primi di marzo su diversi post-it appesi davanti ai portoni delle loro case accompagnata dal disegno di un cuoricino. Rimangono anonimi, ancora oggi, gli autori dell’iniziativa.

Diversi giornali hanno riportato la notizia, ecco cosa scriveva il Corriere della Sera

in un articolo online del 5 marzo 2020: Un post-it e una scritta: «Tutto andrà bene!». Con un cuoricino disegnato a mano. Ѐ un messaggio di speranza in tempi di coronavirus, a ricordarci la forza dei piccoli gesti. Ne sono stati trovati

a decine in diverse zone della Lombardia. Attaccati qua e là, sulle porte delle chiese o sulle fermate degli autobus, sulle vetrine dei negozi o sulle panchine dei parchi pubblici. Perfino sui citofoni.

D’altronde l’intento dei foglietti lo ritroviamo proprio in questo: incoraggiarsi senza chiedere nulla in cambio. Constatare che si è tutti sulla stessa barca, alle prese con le stesse difficoltà.


“L’ho trovato una mattina, incastrato nel lucchetto del cancello – ha raccontato la titolare di un negozio in centro a Bergamo – Un messaggio di speranza e di bellezza che condivido con tutto il mio quartiere, con tutta la mia bellissima Bergamo. Che non ha paura, che conosce le

responsabilità, che lavora sodo. Grazie a chi mi ha lasciato questo messaggio: è come una

ripartenza. Al profumo di meraviglia”.





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