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La Gazzetta Liceale

Narrazione di 7 mesi di escalation in medio oriente
Vincenzo Malizia

Narrazione di 7 mesi di escalation in medio oriente 

Da giorni, tra giornali e telegiornali, riecheggia una notizia che, per quanto prevedibile, ha sconvolto la popolazione mondiale: l’Iran ha attaccato Israele. Quest’ultimo evento è solo la punta dell’iceberg di un’escalation che va avanti da oltre 7 mesi. 

Adesso, però, è importante fare chiarezza su cosa sia successo in questi 7 mesi di guerra e tensioni in Medio Oriente. Come siamo arrivati a ciò? 

Per rispondere a questa domanda ci sarebbe bisogno di un libro intero, ma rimaniamo sull’attualità. 

Partiamo dal “quasi” inizio di questa guerra: il 7 ottobre 2023. 

2023: Nel 2023 il governo Israeliano interrompe le intercettazioni sui capi di Hamas per “evitare lo spreco di risorse”. La risposta di Hamas non si fa attendere. Alle ore 6.30 del 7 ottobre, sul confine sud tra la Striscia di Gaza e Israele, nel giorno in cui gli ebrei festeggiano il Simchat Torah (“Gioia della Torah”), Hamas scaglia l’operazione Alluvione Al-Aqsa: più di 2500 terroristi varcano il confine e compiono una mattanza come mai prima d’ora nella storia d’Israele. Vengono colpiti vari kibbutz e un rave party. Il bilancio sarà mostruoso: circa 1.200 i morti tra soldati e civili e più di 250 persone, tra cui 30 bambini, rapite e portate come ostaggi nella striscia. 

In poche ore Netanyahu dichiara lo stato di guerra: non accadeva dal 1973. Tenta anche di ricompattare lo Stato, che lui stesso ha spaccato, organizzando un Governo di unità nazionale al quale aderisce Benny Gantz. Scatena sulla Striscia di Gaza l’operazione Spade di ferro: un violente assedio con lanci di missili, raid aerei, via mare e via terra che più di operazione militare sa di rappresaglia contro la popolazione Palestinese in quanto i capi di Hamas si trovano tutti all’estero sparsi tra Siria e Qatar. Una “punizione collettiva”. Nell’arco di 20 giorni il bilancio riesce a diventare più spaventoso di quello del 7 ottobre: 7 mila morti civili tra cui 3 mila bambini, 40% delle case distrutte, rese inabitabili e oltre 600mila sfollati. A questi numeri agghiaccianti, si aggiungono anche la crisi umanitaria e la crisi sanitaria, gli aiuti scarseggiano. Nel frattempo Hamas, tutt’altro che indebolito, scaglia altri 10 mila razzi verso lo Stato ebraico ottenendo esattamente ciò che voleva: una guerra aperta con Israele. Le diverse potenze mondiali non hanno esitato a far sentire la loro vicinanza e il loro pieno sostegno allo Stato ebraico in quanto “ha diritto a difendersi”. 

In Europa crescono le tensioni e si risveglia un antisemitismo che da anni non si manifestava in maniera così forte. Lascia particolarmente colpita l’opinione pubblica un evento accaduto nella notte della festa di Ognissanti: “Vienna, incendio al cimitero ebraico e svastiche sui muri” riportano il Corriere e L’Unità, e poi ancora: “Esplode in Europa l’odio contro gli ebrei, danneggiate a Roma le Pietre d’inciampo.” 

Intanto il conflitto continua a espandersi: anche Hezbollah comincia ad attaccare Israele. Hezbollah (Partito di Dio), è un insieme di diversi gruppi di miliziani libanesi, principalmente sciiti, che intorno agli anni ‘80 ha iniziato a essere identificato con il nome odierno. La formazione di tale gruppo fu sostenuta da Iran e Siria. 

Attacca svariate volte Israele con dei missili su delle basi militari, nei raid rimangono uccisi anche dei soldati. Non manca la replica da parte di Israele che distrugge delle basi di Hezbollah in Libano uccidendo anche dei civili. 

Dopo quasi due mesi di sangue, entra in vigore il primo cessate il fuoco temporaneo tra Israele e Hamas: prevede la consegna di 50 ostaggi rapiti da Hamas in cambio di 150 prigionieri palestinesi e la sospensione delle ostilità per 4 giorni. Dopo due proroghe del cessate il fuoco, il primo dicembre le operazioni militari riprendono regolarmente.

Nel frattempo, l’ONU prova a muoversi, prova a reagire: l’8 Dicembre viene discusso dal consiglio di sicurezza una risoluzione che imporrebbe un cessate il fuoco immediato nella Striscia di Gaza. La risoluzione non viene approvata a causa di un veto posto dagli USA, membro permanente del consiglio assieme a Russia, Francia, Cina e Regno Unito. 

2024: Nell’arco di pochi mesi, il sostegno dell’opinione pubblica e della comunità internazionale nei confronti di Israele cade. La risposta di Netanyahu supera il limite, il bilancio di morti e feriti si aggrava ogni giorno di più. I pochi giornalisti che rimangono nella Striscia (più di 80 uccisi in pochi mesi) fanno sì che tutto il mondo possa vedere le atrocità commesse dallo Stato ebraico. 

La tensione e la solidarietà si commutano in moltissime proteste per tutto il mondo. Associazioni, partiti e figure pubbliche manifestano il loro sostegno per il popolo palestinese. Non mancano le critiche da parte di esponenti del governo israeliano che liquidano tale supporto come antisemitismo. 

Il 29 dicembre 2023 il Sudafrica aveva aperto un caso di genocidio nella Striscia di Gaza contro Israele con l’accusa di aver violato la convenzione del 1948 sul genocidio. Il 26 gennaio, la corte internazionale di giustizia dell’Aja decide di non archiviare il caso e intima Israele di prevenire qualsiasi atto che possa ricondurre a un genocidio. Nonostante ciò, i raid israeliani sono incessanti e la crisi umanitaria si aggrava viepiù. Vengono presi di mira molti edifici pubblici come ospedali, scuole, università e sedi delle istituzioni. 

Il primo Marzo, viene riportato sulle pagine dei quotidiani un titolo agghiacciante: la strage degli affamati. Circa 114 Palestinesi vengono uccisi dall’esercito israeliano mentre si trovavano riuniti attorno a dei camion che distribuivano degli aiuti umanitari. «La sparatoria è stata indiscriminata, (i soldati israeliani) hanno sparato alla testa, alle gambe, all’addome», racconta Ahmed, 31 anni, uno dei feriti. Inizialmente il portavoce israeliano annuncia che la colpa è dei Palestinesi che, per saccheggiare i camion, sono stati uccisi da spintoni, calpestii e dai camion in corsa. Successivamente, la versione israeliana si uniformerà a quella della stampa mondiale, anche a seguito della diffusione di un video che mostra chiaramente l’accaduto. 

Verso metà marzo, Israele approva il piano per un’operazione via terra sulla città di Rafah che, con la guerra, si è trasformata nel più grande campo profughi della Striscia. Si stima che lì si trovino circa 1.4 milioni di Palestinesi tra abitanti e sfollati. 

Il consiglio europeo prepara subito un comunicato che esorta lo Stato ebraico a non mettere in atto alcuna operazione nella città di Rafah. 

“Il Consiglio europeo esorta il governo israeliano ad astenersi da un'operazione di terra a Rafah, dove oltre un milione di palestinesi sta attualmente cercando sicurezza dai combattimenti e accesso all'assistenza umanitaria". I leader - si legge nel testo - "chiedono una pausa umanitaria immediata che porti ad un cessate il fuoco sostenibile". Nel frattempo, un’altra questione importante piomba sul panorama politico italiano. Per diversi mesi è stato chiesto al governo italiano di fare chiarezza sui rapporti con il governo d’Israele, più specificatamente se l’Italia stesse ancora esportando armi nello Stato ebraico. Vari ministri si sono espressi più volte sulla vicenda affermando che qualsiasi invio di armi a Israele si è fermato dopo il 7 ottobre. 

Tuttavia, il 21 marzo, l’Espresso anticipa una relazione che deve ancora essere somministrata al Parlamento: è la nota dell’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento. Ricordiamo che Uama dipende dal ministero dell’interno, attualmente presieduto dal ministro Piantedosi. Basta leggere la nota per comprendere subito la

situazione: «Le caratteristiche dell’offensiva israeliana su Gaza, in reazione al criminale assalto condotto da Hamas, hanno indotto a valutare la concessione di nuove autorizzazioni verso Israele con particolare prudenza. È stata dunque sospesa la concessione di nuove autorizzazioni all’esportazione di armamenti. Non sono stati invece adottati provvedimenti di sospensione o revoca delle esportazioni verso Israele autorizzate prima del 7 ottobre, avendone valutato caso per caso». L’Italia ha quindi continuato a trafficare armi con lo Stato ebraico anche durante la guerra. 

Come citato nell’articolo de l’Espresso, secondo la legge 185 del 1990: L'esportazione, il transito, il trasferimento intra-comunitario e l'intermediazione di materiali di armamento sono altresì vietati: [...] 

d) verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell'UE o del Consiglio d'Europa; 

C’è un dibattito in corso che riguarda l’ultima parte dell’articolo in quanto, ad oggi, non c’è ancora un ente ufficiale dell’ONU o dell’UE che abbia riconosciuto nelle azioni di Israele delle violazioni dei diritti umani. Tuttavia, diversi esponenti di suddette organizzazioni si sono già espressi in relazione ai diritti dei Palestinesi che vengono violati in Israele, l’esempio più significativo è Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. Infatti, più volte la dott.ssa Albanese ha denunciato pubblicamente l’apartheid praticata dal governo israeliano sui Palestinesi in Israele e nei territori occupati (parte della West Bank e la Striscia di Gaza). 

Nel frattempo, l’ONU torna a smuovere le acque: dopo molte risoluzioni respinte da vari veti incrociati di USA, Russia e Cina, finalmente viene approvata una risoluzione dal consiglio di sicurezza. La risoluzione è vincolante a livello di legge e impone: un cessate il fuoco per tutto il periodo del Ramadan, il rilascio immediato degli ostaggi israeliani da parte di Hamas e invita Israele a facilitare l’ingresso di aiuti umanitari nella Striscia. 

L’approvazione di tale risoluzione, non fa altro che manifestare il rapido indebolimento del sostegno del più stretto alleato d’Israele: gli Stati Uniti. 

Netanyahu critica la risoluzione dicendo che non fa che altro che mettere in difficoltà le operazioni di liberazione degli ostaggi. 

Il primo aprile, a dispetto della giornata delle burle, viene oltrepassata un’altra linea rossa: Israele attacca con dei missili l’ambasciata iraniana a Damasco, capitale siriana, uccidendo 14 persone. Ciò comporta una chiara ed evidente violazione del diritto internazionale in quanto è stata attaccata una zona inviolabile di un paese membro delle Nazioni Unite. Tale violazione presenta anche l’aggravante di essere stata condotta contro un paese non belligerante (Iran) in un paese a sua volta non belligerante (Siria). 

Teheran annuncia subito che ci saranno delle ritorsioni nei confronti dello Stato ebraico, innalzando, quindi, il rischio di un’espansione a macchia d’olio del conflitto. La risposta iraniana non si fa attendere: nella notte tra il 13 e il 14 Aprile il governo di Teheran scaglia contro Israele centinaia di unità tra droni e missili, ne vengono intercettate il 99%. L'Iran fa appello a Israele affinché non reagisca al suo attacco diretto di droni e missili, definito come giustificato e risposta obbligata al raid contro il consolato di Damasco. "La questione può considerarsi chiusa così", ha detto la rappresentanza iraniana all'ONU. "Ma se il regime israeliano commetterà un nuovo errore, la risposta sarà considerevolmente più dura". Il segretario delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha affermato che l’attacco contro Israele "rientra nell'esercizio del diritto di Teheran all'autodifesa". Non sono mancate le varie riunioni di emergenza: nella notte del 13, su sollecitazione degli USA, si è riunito il G7 presieduto da Giorgia Meloni. Al termine dell'incontro, i Leader G7 hanno adottato una

dichiarazione congiunta che condanna fermamente l'attacco notturno dell'Iran, ribadendo pieno sostegno alla sicurezza di Israele. 

"I G7 hanno sottolineato l’esigenza di evitare un’ulteriore escalation, invitando le parti ad astenersi da azioni volte ad acuire la tensione nella regione. A tale scopo, i G7 hanno rivolto un appello per porre fine alla crisi a Gaza attraverso la cessazione delle ostilità e il rilascio degli ostaggi da parte di Hamas. Hanno infine garantito la prosecuzione dell’aiuto umanitario verso la popolazione palestinese". 

La situazione attuale, quindi, è tutt’altro che florida: i raid israeliani su Gaza non accennano a fermarsi e il bilancio attuale delle vittime e dei feriti, diffuso dalla rete televisiva Al Jazeera, è di 33.797 morti, tra cui più di 13.800 bambini, e 76.465 feriti nella Striscia di Gaza e di 465 morti e 4.650 feriti nella West Bank. Un altro dato molto preoccupante -non che gli altri non lo siano- è l’uccisione di oltre 120 giornalisti nella Striscia, chiaro indicatore di un alto rischio per la sopravvivenza dell’informazione a Gaza. 

Il collasso di Gaza e della sua popolazione è ormai vicino. Un’altra catastrofe si avvicina: la carestia. Secondo un comunicato di Save the children, infatti, “i bambini e le famiglie nel nord di Gaza sono a poche settimane dalla carestia e alcune soglie necessarie per dichiarare una carestia sono già state superate.” E poi aggiunge “Con la fame ancora più estrema nel nord di Gaza, l'IPC prevede che la carestia si verificherà in qualsiasi momento tra oggi e maggio 2024.“ 

La ragione principale della stesura di questo articolo è quella di informare il più possibile gli studenti e i lettori di questo giornale. Anche se si ha l’impressione di non poter fare nulla al riguardo, è fondamentale informarsi e sapere cosa sta succedendo al di là del Mediterraneo. E mentre auspichiamo una risoluzione rapida del sanguinoso conflitto, sembra che non possiamo fare altro se non informarci.

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